Scheda

Minerbi Ivo Vittorio



Didascalia:

Ivo Minerbi, autunno 1940. Proprietà della famiglia Minerbi.

Famigliari compresenti: /
Coniugato/a con: Ravenna Pia Lola
In Italia a: Ferrara
Percorso di internamento: C.di c. di Urbisaglia (MC) dal 16/6 al 4/9/'40; Sant'Angelo in Vado (PS) dal 6 settembre '40 al 9 gennaio '41. Firenze da gennaio al 23 maggio '41, data della revoca con divieto di fare ritorno a Ferrara. Il 27 agosto '43 la diffida è revocata.
Ultima località o campo rinvenuti: Sant'Angelo in Vado (PS)
Deportato: no
Ucciso in Italia: no
Dopo la fuga e/o la liberazione a: Roma
Fonti: ASP; ASMAC; Urb; Car; Bpin; T.Ser.M; TSM; ETos; Gar.P.
Presente fasc. in ASP: s
Profilo biografico:

L'ordine di internamento per il ferrarese Ivo Minerbi giunge direttamente dal Ministero dell'Interno. Il 15 giugno '40 viene arrestato e incarcerato. Sul foglio matricola si legge il titolo del reato: Ebreo. Il giorno seguente è condotto in traduzione straordinaria con mezzi della polizia nel campo di concentramento di Urbisaglia. 

Il Prefetto di Ferrara nello stesso mese esprime pieno accordo: “Ebreo, di dubbia fede fascista”. Ritiene che vada allontanato dalla città per tutto il periodo della guerra, essendo anche malvisto dai fascisti locali.

Ivo Minerbi era un notaio di Ferrara, giudicato benestante. Giunge a Villa Giustiniani Bandini, sede del campo di concentramento, assieme al ferrarese Renzo Bonfiglioli e ai fratelli gemelli Primo e Secondo Hanau. Al pari di altri ebrei italiani antifascisti è costretto a vivere nelle soffitte dell’edificio. Fra questi, Giuseppe Levi, lo stesso Bonfiglioli, Giorgio Ottolenghi e Odoardo della Torre, come ricorda uno degli internati, Bruno Pincherle. 

I familiari cercano di stare vicini al congiunto anche per portargli gli indumenti, come farà il fratello Arturo. La madre Elisa e il fratello Leo possono vederlo una sola volta. Per la moglie Pia Lola Ravenna, già vice ragioniere al Comune di Ferrara, il permesso di visitarlo e trattenersi presso di lui viene ridotto da giorni due a un solo giorno al mese.

L'internato chiede che si riveda la sua posizione. A tal proposito sia il questore che il prefetto di competenza, quelli di Ferrara, precisano che non sono stati loro a proporre l'internamento di Minerbi ma il Ministero dell'Interno stesso. Tuttavia, il prefetto fa notare che recentemente il notaio Minerbi, "divenuto procuratore dell'ebreo Bonfiglioli Felice Gianni, emigrato a Nizza, è stato pubblicamente diffamato per complicità con lo stesso nell'esportare in Francia una parte dei suoi beni patrimoniali". 

Ai primi di settembre giunge l'ordine del trasferimento in provincia di Pesaro. L'internato viene munito del foglio di via indipensabile per viaggiare. La sede designata è Sant'Angelo in Vado. Qui la moglie viene autorizzata a convivere con il marito assieme alla figlia dodicenne Silvana, mentre nei documenti della questura non è citato l’altro figlio, Giampaolo, maggiore di due anni. 

A gennaio '41 nuovo spostamento. Ora Minerbi viene internato a Firenze-Bagno a Ripoli nel campo di concentramento Villa La selva. Qui il 23 maggio '41 lo raggiunge il proscioglimento, previa diffida al rientro alla propria residenza in Piazzetta S. Guglielmo a Ferrara. Con il Governo Badoglio, il 27 agosto '43, la diffida viene revocata "per cessati motivi", come scrive il questore di Ferrara. 

La questura fiorentina - in una dichiarazione datata 11 giugno 1968 - dirà che il carteggio relativo agli internati politici del campo Villa La selva fu distrutto nel '44 in seguito agli eventi bellici. Tale comunicazione perviene al Ministero dell'Interno assieme a quelle dei corrispondenti uffici di Ferrara e Macerata, senza dubbio in riferimento a una pratica avviata su richiesta dell'ex internato e della sua famiglia. Nella relazione delle autorità ferraresi si ripercorre l'iter che abbiamo tratteggiato e che sottolinea le ragioni politiche dell'allontanamento iniziale di Minerbi, in sostanza l'atteggiamento critico nel confronti del regime. L'ufficio di Macerata scrive invece che Minerbi fu internato per aver agevolato un correligionario ad esportare in Francia una parte dei beni che quest'ultimo possedeva.

In proposito alla vicenda umana di Ivo Minerbi e ai mesi successivi all'internamento, abbiamo raccolto nella primavera-estate 2015 alcune testimonianze.

Dal nipote Sergio Minerbi sappiamo che Ivo assieme al fratello Leo - a loro volta fratelli di Arturo, padre del testimone - nel '44 raggiungono la loro casa di Roma dopo aver lasciato i "monti dove si erano rifugiati", intendendo con ciò quelli della Toscana.

La figlia di Ivo, Silvana Minerbi in Calabresi, nata nel 1928, ci ha consegnato delle memorie scritte, con precisazioni verbali rese in contatti successivi nel corso dell'estate 2015. Ne tracciamo una sintesi, mettendo tra virgolette le sue precise parole.

“Papà: Ivo Minerbi fu internato ad Urbisaglia (MC). Fu preso a Ferrara in casa nostra dalla polizia. Rimane nitido e toccante il me il ricordo; un giorno tornando a casa da scuola vidi in cima allo scalone papà ammanettato tra due poliziotti, gli corsi incontro per abbracciarlo e ricevetti un terribile spintone. Fu portato nelle carceri di Ferrara per alcuni giorni, poi mandato nelle Marche ad Urbisaglia: Villa Giustiniani-Bandini. Motivazione: professionista in vista ma antifascista.

Lo stesso giorno furono presi a Ferrara l'avv. Bruno Contini e il dott. Renzo Bonfiglioli con motivazioni analoghe.

A Urbisaglia ci fu concesso di andarlo a trovare una volta al mese, non più di due persone alla volta. La prima volta andò la mamma con mio fratello (Giampaolo), la seconda, la nonna paterna (Elisa Hanau in Minerbi) con me.”

La nonna viveva in casa con loro e condivise tutte le vicende delle persecuzioni.

“Villa Giustiniani-Bandini è accanto all'Abbazia (Fiastra) ed è stata costruita seicento anni dopo. Per quel che ricordo, nel campo si respirava un'aria relativamente serena, ed assunse molta importanza la vita religiosa grazie all'avv. Carlo Alberto Viterbo. La vita era ordinata ed ogni internato aveva un proprio compito da svolgere. Il direttore del campo viveva lì con la sua famiglia, e si intratteneva spesso con gli internati.

Da Urbisaglia, papà fu trasferito a Sant'Angelo in Vado e lì potemmo raggiungerlo la nonna, la mamma ed io. Mio fratello fu mandato a Roma in casa dello zio (Arturo Minerbi), papà di Sergio, perché potesse continuare gli studi.”

Silvana fa notare che lo zio Arturo aiutò suo padre a uscire dal campo di concentramento, grazie a contatti con il fascio romano.

“A Sant'Angelo abitammo prima in una sottospecie di albergo (con locanda) insieme ad altri internati, i Gabibbe (Cabib?) e i D'Angeli (De Angeli?).”

Entrambi, scrive Silvana, venivano da Milano. Cabib era assieme alla moglie, il secondo era solo e aveva con sé un cane. Ricorda che D'Angeli era legato per lavoro a Palazzo Pareschi di Ferrara, per l'amministrazione del quale suo padre Ivo lavorerà dopo la guerra.

“Poi il parroco ci trovò un alloggio di fianco alla canonica”, continua Silvana Minerbi. “A Sant'Angelo le giornate erano lunghe e noiose, non c'era mio fratello, non c'erano amiche; gli altri internati non avevano figli. Passavo il mio tempo a cercare tartufi, giocando con il cocker (dell'internato D'Angeli) nel raggio di paese a noi consentito, ed ero molto triste. Papà col suo “savoir faire” riuscì a farmi accettare come auditrice nel convento di suore del paese che aveva una scuola magistrale (N.B: Silvana aveva 12 anni). Il parroco integrava le nozioni di latino, papà quelle di matematica e di francese. Ogni anno, finché si è potuto, ho dato gli esami da privatista.”

A Ferrara, nei primi anni, Silvana aveva studiato in casa con la nonna Elisa; non andava a scuola perché cagionevole di salute. Dopo il '38, con le leggi razziali, frequentò la scuola ebraica di via Vignatagliata, deve insegnava anche Giorgio Bassani. A Sant'Angelo in Vado, in occasione di una ricorrenza religiosa, i suoi genitori e gli altri correligionari allestirono una festa che suscitò la curiosità dei paesani, i quali andavano a vedere “l'altarino degli ebrei”. Suo padre Ivo si recava spesso nel paese vicino a vendere qualcuno dei loro beni. Con il ricavato dovevano mantenersi, visto che non avevano sussidio.

“Quando nel gennaio del '41 ci fu consentito di andare a Firenze, eravamo sempre sorvegliati da un questurino, che divenne ben presto amico di noi tutti.”

Giampaolo a Firenze era con loro, poiché era tornato da Roma. Silvana racconta che uscivano uno alla volta con il questurino appresso. A Firenze viveva lo zio Leo Minerbi, altro fratello del padre, con la moglie Lidia Ravenna, sorella di Lola. Pertanto due fratelli avevano sposato due sorelle, visto che Lola era la moglie di Ivo. I figli di Leo si chiamavano Loth-Giorgio, Luisa e Jahir-Ruggero.

“Da Firenze siamo scappati con l'aiuto del questurino poco prima dell'arrivo dei tedeschi.”

Silvana ricorda che sono scappati tutti quanti da Bagno a Ripoli, in bicicletta. Con loro c'erano anche Leo e famiglia.

“Andammo a La Verna, ai piedi del convento, in casa della postina del paese, sorella di Clementina.”

Il paese è Chiusi della Verna e vi restano a lungo tra mille disagi. Inizialmente riparano in un alberghetto locale, poi passano in questa casa privata dova fa un freddo terribile, addirittura nevica in casa, tanto che devono spostare i letti lungo la parete. Non possono comperare nulla poiché sono privi di carte annonarie. Ci sono tanti ebrei nella zona, stranieri e sfollati. Loro fingono di essere cattolici in fuga dai bombardamenti e anche di essere quasi analfabeti. La ragione è dovuta al fatto che un professore di nome Bargellini aveva creato una sorta di scuola per gli sfollati e lei e Giampiero temevano che si scoprisse la loro identità di ebrei. Così, fingendo totale ignoranza, non partecipavano alle lezioni.

“Poi la situazione precipitò e finimmo io, la mamma e la nonna nel convento di clausura delle clarisse; papà e mio fratello con gli altri nelle celle dei frati.”

C'erano anche tutti i parenti maschi, compresi i cugini. Ma diventa pericoloso anche restare in convento e allora si rifugiano nei boschi di Gianpereta dietro il santuario. Qui si nasconde anche la famiglia del dottor Umberto Franchetti, già medico condotto nella zona ma originario di Bagno a Ripoli. Era stato docente di clinica pediatrica all’Università di Firenze, sospeso dal servizio nell'ottobre '38 per ragioni razziali. Le due famiglie si conoscevano, anche perché tutti i Minerbi, forse 12 persone, quando fuggono da Bagno a Ripoli si accampano nella villa del dottore Franchetti, al “Bigallo”. Il dottore poi deve scappare a sua volta con la famiglia. Silvana li ricorda bene, visto che Lina Franchetti sposerà suo cugino Ruggero Minerbi. Nel minuscolo centro di Gianpereta, la famiglia Franchetti trova rifugio in una piccola casa, ospitata e sostenuta dai contadini, alcuni dei quali saranno dichiarati “giusti”. Sulla vicenda si veda nelle fonti Ebrei in Toscana etc, vol 1°, Saggi, (pp. 383/384)

 Torniamo a settembre-ottobre '44.

“Alla fine andammo nei boschi, dove mancava tutto. Ogni tanto arrivava qualche frate con pane vecchio e formaggio e la mamma con un po' d'acqua faceva una pappa che mangiavamo a turno con un solo cucchiaio che papà aveva intagliato nel legno. Quando fummo esausti e ammalati, decidemmo di passare le linee con l'aiuto di una guida. Eravamo in tanti e fu facile finché camminammo nel bosco, ma quando arrivammo allo scoperto tra le mitragliatrici tedesche e gli aerei inglesi da bombardamento, fu una ecatombe. Papà aveva cucito indosso a me e a mio fratello un po' di gioielli e ci aveva raccomandato di camminare sempre, senza mai voltarci. La paura era tanta, la gente ti moriva a destra e a sinistra e tu dovevi camminare. Arrivai per prima in zona partigiana ma non mi fu concesso di aspettare i miei.”

Con Silvana c'era Miriam Donadoni, figlia di un professore. La ragazza era stata nascosta in un casolare con la mamma e il fratello. In testa portava un cappello rosso molto vistoso, che a Silvana non pareva adatto alla situazione!

“Le peripezie non erano finite e arrivò notte prima di poter essere di nuovo tutti assieme ad Arezzo in un campo militare.” Il campo era affollatissimo. “Quando ci fu concesso di andare a Roma, la Croce rossa non aveva alcuna notizia di noi.”

Lo zio di Roma li considerava morti. Nella capitale Silvana viene accolta dall'Unione Cristiana della Giovane, che in realtà è piena di ebrei, fra cui Natalia Ginzburg, un altro profugo proveniente da Venezia che porta il cognome Voghera, e tutti i Minerbi. Restano lì fino a quando si può tornare a Firenze dove hanno lasciato cose che non troveranno mai più.

A Firenze Ivo Minerbi si presenta in Municipio per cercare di ottenere le carte annonarie e qui scopre che di loro sapevano tutto.

“Viaggiammo per 24 ore su treni merci; i ponti erano stati distrutti e i treni passavano su binari sospesi sull'acqua.”

Anche i beni lasciati a Ferrara non ci saranno più. Ivo Minerbi li cerca ovunque e ritrova qualcosa presso antiquari e negozianti ai quali dice ad esempio: “Guardate sotto, c'è un segno o una marca.” Se il particolare descritto corrisponde, gli restituiscono con imbarazzo l'oggetto. Un amico aveva sepolto in giardino la loro argenteria e questa si ritroverà. Quanto alla casa, poiché vivevano in affitto non fu loro requisita.

La madre di Silvana e moglie del notaio Minerbi, Pia Lola Ravenna, che nel '38 si era licenziata da sola per non farsi cacciare, sarà reintegrata: il dirigente si presenta di persona da lei a richiamarla in servizio. Il padre Ivo riprende la professione di notaio nel ferrarese. E' consigliere della Comunità ebraica cittadina, ormai decimata. Una zia di Ivo, Emma Orefice, nata a Padova nel 1884 da Vittorio e Abolaffio Grazia, sarà deportata per essere uccisa ad Auschwitz nel '44.

“Come abbiamo vissuto gli anni delle persecuzioni? Eravamo stati educati ad accettare la sorte, e la serenità dei miei genitori, nonostante le mille preoccupazioni, ci ha dato sempre tanta forza e coraggio per affrontare...” La memoria si interrompe qui.

 

 

 
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