Scheda

Neisser Arthur



Famigliari compresenti: /
Coniugato/a con: Burger Helene
In Italia a: Milano
In Italia da: Berlino
Percorso di internamento: C. di c. di Campagna (SA) da agosto a settembre '40; Potenza dal 7 ottobre '40 a marzo ‘41; Firenze dal 10 marzo a maggio ‘41; Prato (FI) da giugno ’41 a gennaio ’42; Siena dal 15 gennaio al 28 maggio ’42; Pesaro dal 1° giugno '42 al 30 agosto '43, data della revoca. Rimane in Provincia di Pesaro. L’8 dicembre è arrestato dopo un tentativo di fuga. Rintracciato, viene incarcerato. Scarcerato il 21 dicembre '43 è ancora internato a Pesaro fino a luglio ‘44.
Ultima località o campo rinvenuti: Pesaro
Deportato:
Ucciso in Italia: no
Dopo la fuga e/o la liberazione a: /
Fonti:

A2, b.258; ASP; ASP2 - b.190; ASP3; CS; AB; Voigt; A1; Man; LDM; YV; ASSU; Com.EBer; ACGP; Bad.


Presente fasc. in ASP:
Profilo biografico:

 I genitori di Arthur Neisser sono ricordati nei registri della comunità ebraica di Berlino e risultano sepolti presso il cimitero ebraico Weissensee. Di lui invece presso la stessa fonte si hanno scarne notizie. Il padre era banchiere e morì quando il figlio Arthur era diciassettenne.

Arthur Neisser è menzionato da Karl Voigt tra gli insigni intellettuali tedeschi di origine ebraica internati in Italia. Critico musicale, dottore in filosofia e musicologo di fama internazionale, era grande conoscitore della musica italiana. Già sposato con Helene Burger, rimase vedovo e non ebbe figli.

In un primo periodo di permanenza nella penisola, dal 1911 allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'artista scrive la biografia di Giuseppe Verdi, per l'esattezza nel 1913. In un successivo periodo di soggiorno in Italia che va dal ‘21 al ’26, realizza la biografia di Giacomo Puccini che uscirà nel '22. Entrambe le opere sono in lingua tedesca e vengono edite in Germania. Neisser inoltre è autore di un'importante biografia di Gustav Mahler, lavoro pubblicato nel 1918.

Grazie alla lunga permanenza nella penisola, egli conosce la lingua italiana e ciò gli permette di dedicarsi a quegli studi che sono la passione della sua vita, come afferma nelle sue lettere di internato. Da Potenza scriverà di aver “fatto propaganda” per l’arte italiana anche su giornali svizzeri, e non tanto per ragioni di guadagno bensì per pura soddisfazione.

Lasciata definitivamente Berlino nell’aprile del ‘32, vive per qualche tempo in Francia e in Svizzera prima di approdare nuovamente nel Regno d'Italia. Dal novembre del '34 risiede a Milano dove risulta abitare per qualche tempo presso l’Albergo Federale Elvezia.

Con il varo delle leggi razziali viene schedato quale ebreo straniero e obbligato ad andarsene entro i termini stabiliti. Egli allora, siamo nell’aprile del ’39, chiede e ottiene la proroga di sei mesi per ritardare l’espulsione. In ottobre gli viene concesso di potersi recare per cure mediche ad Abbazia (Fiume), allora italiana. Vi resta fino al 23 luglio ’40, compreso un periodo di carcere presso la scuola elementare di Torretta, requisita appositamente dalle autorità per rinchiudervi gli ebrei in concomitanza con l’entrata in guerra dell’Italia.

Della vicenda abbiamo traccia in una lettera autografa di Neisser datata 24 luglio ’40, in cui il musicologo fa notare fra l’altro che avendo già 65 anni non doveva essere arrestato. Chiede dunque la scarcerazione e il permesso di tornare ad Abbazia per due o tre giorni, il tempo di preparare le valigie e andarsene. Dagli studi di Anna Pizzuti su Fiume e Abbazia apprendiamo che la cattura degli ebrei era avvenuta nottetempo tra il 19 e il 20 giugno '40.

Intanto il Prefetto di Fiume, Temistocle Testa, opta per la strada dell’internamento e il 2 luglio la propone al Ministero dell’Interno per Neisser come misura “di carattere generale” trattandosi di “ebreo, di cui non si conoscono i precedenti in linea politica e potendo il medesimo rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale nel presente stato di guerra”.

Una volta in internamento, è la stessa autorità del Carnaro a giudicarlo in diritto di godere del sussidio statale in quanto in quel territorio non possiede beni di fortuna. Il Prefetto inoltre, sulla base delle informazioni di cui dispone, aggiunge che Neisser viveva con le rimesse di parenti dalla Francia e dall'Inghilterra, aiuti cessati allo scoppio della guerra.

Inizialmente il nostro viene recluso nel campo di concentramento di Campagna (SA), dove resta per un paio di mesi. Si tratta di una struttura che gli appare più simile al carcere che al convento benché si chiami “Immacolata Concezione”. Egli lamenta le ristrettezze del luogo e chiede di essere inviato al confino, intendendo con ciò l’internamento.

E’ sostenuto nella richiesta dall'Unione delle comunità israelitiche italiane, ufficio di Roma, che, facendo riferimento all’età avanzata dell’assistito e al suo precario stato di salute, si rivolge alla Direzione generale di P. S. per chiedere una sede diversa dal campo di concentramento. La risposta è annotata a mano sul foglio: "L’Unione deve occuparsi soltanto di pratiche di emigrazione".

Per le numerose patologie di cui soffre, lo studioso chiede di essere raggiunto dalla governante-infermiera al suo servizio da molti anni e già convivente con lui a Milano e ad Abbazia. Si tratta di Elisabeth Mayer, tedesca “ariana”, la quale scriverà diverse lettere e prenderà coraggiose iniziative in suo favore.

L’assistente lo raggiunge a Potenza. Qui Neisser, qualificandosi come musicologo, storico dell'arte e rappresentante di “case editrici nazionali ed estere”, chiede un appoggio al vescovo locale Mons. Bertazzoni per ottenere il permesso di studiare presso la biblioteca cittadina.

Non conosciamo l’esito della richiesta, sappiamo invece che il prelato nel gennaio ’41 perora il trasferimento a Firenze dell’internato, il quale grazie ai suoi studi conosce personalmente la città. Anche il gesuita padre Tacchi Venturi interviene ripetutamente in favore dello studioso presso il Capo della polizia, Carmine Senise.

L'esito sarà il trasferimento di Neisser a Firenze come internato a proprie spese. Di qui nell'aprile '41 scrive una lettera al vescovo di Potenza, Bertazzoni, per ringraziarlo dell'aiuto ricevuto e per sottoporgli nuovi "imprevisti" problemi. Si scusa di importunarlo con questioni materiali dopo aver trovato in lui una forte affinità in ambito musicale. Dal tono del testo si colgono ansia e timore per il futuro. Probabilmente il disappunto è legato a un nuovo trasferimento, che avviene a breve, nel maggio ’41. Con sua grande delusione è destinato a Prato (FI). 

Intanto rinnova richieste di liberazione motivate con ragioni di età e di salute. In suo aiuto anche il vescovo di Prato, che si rivolge direttamente alla Santa sede. In subordine, il nostro vorrebbe essere inviato a Siena ma quel prefetto per diversi mesi oppone resistenza adducendo ragioni militari e di affollamento: in città sono già presenti 35 internati stranieri che si aggiungono a 78 stranieri residenti.

Nel luglio ‘41 allo studioso viene concessa una licenza a Montecatini per cure mediche. Egli intanto tenta tutte le carte per ottenere la liberazione ma con grande dignità e senza piegarsi ai persecutori. Nell’ottobre di quell’anno, facendo riferimento all’appoggio della Delasem di Genova e a contatti con il consolato dell’Argentina a Firenze, si rivolge a Israel Guggenheim a Zurigo affinché lo aiuti a ottenere un contratto con qualche antiquario ebreo espatriato, per poter uscire dall’Italia ed entrare nella Francia non occupata o in Svizzera. Il testo compare su una cartolina censurata.

Il mese seguente Arthur si rivolge alla Commissione per l’Armistizio tra Italia e Francia con sede a Torino, per comunicare la sua intenzione di raggiungere la zona di Nizza/Cannes dove potrebbe lavorare alla sistemazione di biblioteche antiquarie, per poi emigrare a Cuba o in America. Dall'insieme della comunicazione si arguisce che l’internato si avvale di referenze sul piano artistico; in aggiunta egli punta sul fatto che non si è mai occupato di politica.

A gennaio ’42 viene inviato a Siena e vi resta fino a maggio. Di qui si rivolge al Comitato internazionale per gli intellettuali con sede a Ginevra. Nel biglietto, pure censurato, fa riferimento - seppure con passaggi volutamente cifrati - a contatti intrattenuti precedentemente con il Comitato. Chiede poi allo stesso organismo l’indirizzo del signor Paul Moos negli Usa, per poterlo contattare attraverso la Croce Rossa e predisporre così la propria emigrazione.

In alto loco si fa notare che il Comitato internazionale per gli intellettuali “sorse nel maggio 1933 per aiutare i fuorusciti tedeschi e soprattutto gli ebrei…”. Viene sottolineato inoltre che “è diretto praticamente dal noto Prof. William Rappart dell’Istituto Universitario di Studi internazionali” e si conclude così: il “Comité… naturalmente svolge opera contraria agli interessi degli Stati totalitari”.

Nell’aprile ’42 altro tentativo per lasciare l’Italia da parte di Neisser che questa volta si rivolge a un dentista di Lugano. Dalla risposta del medico si arguisce che l’artista vorrebbe essere appoggiato nella sua richiesta di recarsi presso di lui per cure specialistiche, ma, con grande gentilezza e altrettanta sfiducia, il dottor Mueller gli fa notare che sono migliaia le persone nelle sue condizioni ed è inutile illudersi, non si otterrà alcun permesso.

Intanto il Prefetto di Fiume nel marzo '42 aveva confermato la sua posizione in merito all’internamento “dell’ebreo tedesco”, pur non opponendosi a un eventuale atto di clemenza per ragioni di salute ma con divieto assoluto di fare ritorno nella Venezia Giulia.

Analogo rifiuto ad accoglierlo è espresso per varie ragioni dai prefetti di altre città dove il musicologo chiede di potersi rifugiare: Modena, Bergamo e ancora Firenze. L’atteggiamento ostile del Prefetto di Fiume si coglie anche l’anno seguente (aprile ’43) quando nega l'autorizzazione ad accogliere Neisser “trattandosi di elemento certamente ostile”.

A Siena, lo studioso lavora alla traduzione in lingua tedesca del volume intitolato Roma, su commissione di un amico svizzero residente a Firenze. Questi tenta di raggiungerlo ma non ottiene il permesso.

In un’istanza al Ministero dell’Interno, lo scrittore invia come titolo di merito una sua pubblicazione del 1913 sulla musica tedesca, frutto dei lavori del Congresso internazionale di musica tenutosi a Roma nel 1911, al quale aveva partecipato come relatore. L’opera, scritta nella lingua natale, giace nel suo fascicolo personale a Roma.

Dal 1° giugno '42 l’artista è trasferito in internamento a Pesaro, città che definisce “bellissima e tranquilla”. In più è patria di Gioacchino Rossini che egli tanto ama. Nel periodo di permanenza, gli interventi in suo favore da parte del vescovo, Mons. Bonaventura Porta, sono numerosi. “Uomo perfettamente innocuo… e per l’indole sua non certo tale da turbare l’ordine pubblico”, scrive di lui nel luglio ’42 il prelato, che si rivolge ad autorità civili e religiose quali il Ministero dell’Interno e il Vaticano, oltre che ai musicologi prof. Fausto Torrefranca (Firenze), e prof. Morazzoni (Milano). A quest’ultimo il vescovo fa notare sarcasticamente, nominando Neisser, che “il suo delitto è quello di essere ebreo.”

Nel febbraio ’43 il vescovo si rivolge anche al Comm. Rosati per chiedere la liberazione dell’assistito - “musicologo benemerito dell’Italia” - o in subordine il suo trasferimento a Firenze.

Per parte sua, l’internato lamenta che gli si fa divieto di vivere in albergo e di mettere piede in biblioteca, mentre avrebbe bisogno del dizionario per completare la traduzione del volume Roma a cui sta lavorando. Poi, in un’istanza rivolta alla Direzione generale di P. S. nell’aprile seguente, l’artista auspica di poter svolgere quel lavoro intellettuale dal quale trae i mezzi di vita e chiede la liberazione. Fa notare di aver compiuto 68 anni e ricorda che in quasi tre anni di internamento la sua condotta è stata del tutto rispettosa degli ordini impartiti, atteggiamento che non mancherà di osservare anche in futuro, mantenendo da libero cittadino “la condotta propria di galantuomo in tempi calamitosi cui seguirà il sereno della Vittoria”.

L’istanza viene inoltrata attraverso il vescovo di Pesaro il quale a sua volta si rivolge al Nunzio apostolico per raccomandargli l’internato, “un buon vecchio, assai benemerito dell’Italia… cattolico di anima, benché procrastini il battesimo per non dare l’impressione di riceverlo per opportunismo.”

Con il Governo Badoglio, il 30 agosto ’43, giunge la revoca dell’internamento da parte del Ministero dell'Interno per ragioni di salute e per l’età avanzata dello studioso. Questi chiede e ottiene l’autorizzazione a stabilirsi nella stessa Pesaro anche dopo il proscioglimento. Con lui, in via Cavour n.1, abita la fedelissima Elisabeth Mayer, nubile, di cui riportiamo i dati anagrafici: di Adam e Agatha Christ, nata a Kirchheimbolanden, Germania, il 24 aprile 1883.

In tale periodo di relativa libertà si colloca a nostro avviso un soggiorno - il primo - di Neisser a Urbino. Il suo nome compare in una lista con 28 nominativi, definiti “stranieri di razza ebraica” presenti in città. Il testo è senza data ma a nostro avviso è da collocarsi temporalmente in questo momento, in quanto Neisser non viene classificato come internato. Egli prende dimora in Corso Garibaldi allo stesso numero civico che comparirà in un secondo soggiorno. Si veda Il caso degli ebrei sfollati a Urbino negli anni delle persecuzioni.

Pochi mesi dopo, con l'avvento della Rsi, la situazione diviene estremamente pericolosa. In un foglio conservato presso l'Archivio di Stato di Pesaro nel fondo "Campagna razzista", il nome di Neisser è citato dal prefetto insieme a quelli di Adler Miroslav e di Wolfshon Senta per l'inoltro al ministero dell'Interno delle schede mod. 23 S. relative agli ebrei stranieri internati in provincia: il documento porta la data del 4 ottobre '43 e si dice che Neisser è stato schedato a Milano.

Due mesi dopo, il 4 dicembre '43, venuto a conoscenza dell'ordine di arresto generalizzato degli ebrei, Neisser si dà alla fuga. Quattro giorni dopo viene catturato a San Giorgio di Pesaro. E' incarcerato prima a Fano (PS) poi nella stessa Pesaro, dove viene presto trasferito in infermeria. Nel verbale d’arresto sono riportati i suoi connotati che, in assenza di fotografia, ci danno l’idea della sua persona: statura m. 1,63; corporatura esile; testa piccola; capelli bianchi; fronte sfuggente; occhi cerulei; baffi e barba rasa.

Questa volta è l'assistente e amica Elisabeth ad appellarsi alle autorità per chiedere la liberazione del musicologo: è il 12 dicembre '43. In effetti il medico provinciale lo giudica non idoneo al campo di concentramento. Dieci giorni dopo, Neisser viene scarcerato e sottoposto alla vigilanza della squadra politica.

Ma poiché con la precedente revoca dell’internamento egli ha cessato di percepire il sussidio - lire 9 al dì per gli alimenti e lire 50 mensili per l’alloggio - compie un passo che gli sarà fatale. Per le disagiate condizioni finanziarie in cui versa, chiede di poter ottenere ancora il beneficio statale. Il problema viene segnalato alle autorità provinciali di Pesaro, prefettura e questura, le quali per fargli riottenere il sussidio lo internano nuovamente.

Il domicilio obbligato è a Pesaro, ora in via Contramine n. 17, in una casa che sarà completamente distrutta dai bombardamenti. L’internato si salva fortunosamente. In questo frangente, in una lettera autografa datata 6 maggio ’44 e rivolta al questore, chiede di potersi trasferire con la sua assistente a Urbino per studiare l’arte di Raffaello. Tra le righe afferma di essere “di razza ebraica” ma di fede cattolica da oltre quarant’anni.

Il richiesto trasferimento avviene il giorno 25 dello stesso mese di maggio. A Urbino Neisser usufruisce della tessera annonaria per gli alimenti e alloggia in Corso Garibaldi allo stesso numero civico dell’altra volta, presso Anna Munari.

Per l’ultimo tratto della vita del musicologo ci soccorre una nota del Questore di Pesaro datata 2 agosto ’45, in risposta a specifica richiesta di notizie del Record Bureau, Displaced persons, del mese precedente. L’ufficio della Sottocommissione alleata, a sua volta sollecitato da un richiedente notizie, sapeva che lo studioso era rimasto a Pesaro anche dopo la revoca dell’internamento, ma in seguito ne aveva perso le tracce.

Il questore riferisce di averlo autorizzato a trasferirsi a Urbino a partire dal 25 maggio ’44, come già sappiamo. In più aggiunge che poco dopo, nel luglio, egli assieme alla governante era partito per “l’Alta Italia” su un automezzo ottenuto dalle autorità tedesche per il tramite della stessa Elisabeth. Con tale mezzo essi avrebbero dovuto avvicinarsi alla frontiera per rifugiarsi in Svizzera. E conclude: “Questo ufficio ignora se il programma abbia avuto felice compimento.”

L’esito sta scritto nel Libro della memoria di Liliana Picciotto, laddove si legge che l’ultima residenza di Arthur Aaron Neisser fu Sondrio, città raggiunta evidentemente dopo il luglio ’44 e dalla quale egli intendeva espatriare. Non viene detto né da chi né quando fu arrestato, ma è certo che di lì viene tradotto a Milano per essere detenuto in quel carcere e poi a Bolzano campo. Il 24 ottobre '44 da Bolzano è deportato ad Auschwitz dove viene ucciso all'arrivo il giorno 28 dello stesso mese e anno.

Come in altre biografie pubblicate in internet, anche presso l’archivio di Yad Vashem la sua morte è collocata erroneamente nel 1943.