Scheda

Pcht Karl (Carl) Joseph



Didascalia:

Karl Pächt, Vienna 1938. Proprietà dei famigliari.

Famigliari compresenti: moglie
Coniugato/a con: Rosenzweig Maria
In Italia a: Trieste
In Italia da: Bengasi, Libia
Percorso di internamento: C. di c. di Ferramonti di Tarsia (CS) dal 17/9/'40 al 10/9/'41 (Ferr); Pescina (AQ) dal 13/9/'41 a dicembre '42; Sant'Angelo in Vado (PS) dal 21/12/'42 in poi.Tentata fuga il 3 dicembre ’43 e rintraccio. Carcere fino al 12 febbraio '44 quando viene di nuovo internato a Sant'Angelo in Vado. Ancora tentata fuga nel marzo ‘44. 
Ultima località o campo rinvenuti: Sant'Angelo in Vado (PS)
Deportato: no
Ucciso in Italia: s
Dopo la fuga e/o la liberazione a: /
Fonti:

ASP; A1; A2; A2 B, b.267; LDM; Efo; ASCSAINV; CS; Bib.B; ES; Cdec; Ferr; BraMa; ASP3, ebrei stranieri; Anno; Czernowitz; IKG; YV; TesJK; Bad; Holocaust.


Presente fasc. in ASP: s
Profilo biografico:

Dottore in legge e musicista, era originario di Czernowitz, oggi Ucraina. Dal certificato di nascita si ricava che proveniva da una famiglia di mercanti, professione del padre Adolf e del nonno materno Abraham.

Sulla stampa austriaca sono ricordate le sue esibizioni musicali a Czernowitz dal 1905 al 1911, inoltre si dice che nel 1912 consegue il dottorato in legge e nel 1921 apre lo studio legale a Vienna.

Dall’archivio della comunità ebraica di Vienna riceviamo notizie sul matrimonio: Karl e Maria Rosenzweig si sposano a Vienna il 24 ottobre 1920, testimoni i rispettivi padri.

Presso la stessa comunità è conservato anche il questionario dell’emigrazione, sottoposto alla famiglia Pächt il 15 maggio 1938 e aggiornato in momenti successivi. L’ultima data a comparire è giugno 1939. La verifica delle intenzioni e dei legami che la famiglia poteva avere anche all’estero riguardava - dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista - tutti i correligionari residenti. 

Dal testo otteniamo le seguenti notizie sulla storia familiare. La moglie viene definita donna di casa. In famiglia è presente un solo figlio, Georg Walter, nato l’11 gennaio 1925, studente. Il padre afferma che vogliono emigrare tutti e tre insieme. Karl, che in realtà si è trasferito a Vienna nel 1907, parla tedesco e inglese. La sua formazione professionale è avvenuta al conservatorio di Vienna e alla Schule Rosè di Czernowitz. Inoltre ha approfondito diversi campi musicali diventando violinista per orchestre e musica da camera, e insegnante. Tuttavia, fino a quel momento ha lavorato a Vienna come avvocato, che risulta essere l’ultima professione. La situazione economica attuale è cattiva, pertanto non c’è alcuna retribuzione mensile da dichiarare. Alla domanda su dove vorrebbe emigrare, risponde nell’ordine: Nord America, Sud America o in qualche altro luogo dove possa guadagnare qualcosa attraverso l’esercizio della musica.

Karl prosegue dicendo che non ha mezzi per l’emigrazione ma dispone di una referenza a New York, il cugino Leon Switkes.

Nella seconda parte del questionario si concretizza il progetto della partenza da Vienna con la finalità di raggiungere la Palestina passando da Napoli. Viene citata anche la comunità di Trieste. Sembra di capire che alcuni parenti offrano garanzie con lettere del febbraio ’39: si tratta del cognato G. Tabori – di Sombor, Voivodina – e di congiunti residenti a Manchester. Viene fatta la verifica delle disponibilità economiche e dei beni dei Pächt, e fra questi ultimi sono citati un violoncello e un violino che, con ogni probabilità, Karl intendeva portare con sé.

A fine giugno del ’39, a Vienna, viene rilasciato un permesso di espatrio per i soli genitori, muniti di passaporto rilasciato a febbraio (’39). Le spese di trasporto ammontano a 150 R.M. (Reich Mark). Non sappiamo perché il figlio sia stato separato dai genitori, visto che inizialmente parevano intenzionati a lasciare Vienna tutti assieme.

Anche dalle carte italiane risulta che la coppia entri in Italia in quel momento, per la precisione il 3 luglio ’39. Da Vienna i coniugi raggiungono direttamente Napoli con l’intenzione di imbarcarsi per la Palestina, ma non ci riescono. Presso la questura di Napoli, il 6 luglio viene rilasciato loro il permesso di soggiorno: il documento che ne porta traccia è in realtà quello del rinnovo effettuato a Sant’Angelo in Vado (Pesaro) nel febbraio ’43. Quanto alla nazionalità, Karl Pächt è definito apolide ex austriaco, la moglie apolide ex germanica.

Nel frattempo le masserizie di famiglia, grazie a una società di trasporti, la Julia Intertrans, sono state trasferite a Trieste “per l’inoltro a destinazione oltremare”. Il grande volume e la notevole quantità della merce dimostrano l’intenzione di lasciare per sempre il Reich, come per altre famiglie nelle loro condizioni.

Dalla stessa Trieste nel maggio del 1940 parte una nave verso la Libia (Bengasi) con un gruppo di 302 ebrei intenzionati a proseguire per la Palestina. Per il governo italiano la loro direzione è la Tailandia. Fra i passeggeri, i due coniugi Pächt la cui vicenda li accomuna agli Amsterdamer che pure saranno internati in provincia di Pesaro.

Karl Pächt per tale iniziativa verrà segnalato come sospetto politico.

La permanenza di Karl e Maria a Trieste era stata brevissima, e “di transito”, con il sostegno finanziario dalla Delasem, come nel gennaio ’43 scriverà il prefetto triestino Tamburini al Ministero dell’Interno, per dire che non fu il suo ufficio a proporne l’internamento; egli piuttosto ricorda che fu la questura di Milano a occuparsi di Karl ricercandolo nel febbraio ’41 (quando ormai sarà a Ferramonti di Tarsia). Tutto ciò fa supporre che per un periodo i due coniugi fossero risaliti da Napoli verso il nord, sicuramente a Milano.

Per tornare al viaggio verso la Libia, bisogna dire che il gruppo viene fermato a Bengasi, in quanto la situazione politica si complica per l’ingresso dell’Italia in guerra. I profughi sono trattenuti a lungo prima di una decisione da parte del governo, che poi si orienta per l’internamento. Riportati in Italia, incarcerati a Napoli per tre settimane, il 17 settembre ’40 vengono ristretti nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia (CS).

La presenza di Karl nel campo è ricordata, in quanto faceva parte di un gruppo di artisti con qualità musicali e canore che si esibiva per intrattenere gli internati. Infatti due mesi dopo, egli chiede una stanza isolata per esercitarsi nella musica e non disturbare i coinquilini visto che vivono insieme a un’altra famiglia.

Lui e la moglie iniziano qui ad accusare disturbi di salute, tema che tornerà anche nelle successive sedi di internamento. Nel febbraio dell’anno seguente, 1941, Karl - che si trova nella baracca 30 - chiede e ottiene che gli venga restituito il passaporto per poterlo inviare al consolato di Germania a Napoli e farlo prorogare. Nel maggio si interessa a un altro internato, Jeremias Metzger, internato ad Agnone (Campobasso) in quanto gli deve consegnare del denaro proveniente da una banca di Vienna. Sappiamo dal database di Anna Pizzuti che questo internato era originario della stessa città polacca in cui era nata Maria.

Dopo un anno esatto, su disposizione ministeriale, i due coniugi lasciano Ferramonti per essere trasferiti a Pescina in Provincia dell’Aquila. Qui la permanenza sarà ancora più lunga, quindici mesi, e durante tale periodo Karl Pächt sarà nominato rappresentante della Delasem. 

In occasione di una vista ospedaliera a L’Aquila, Karl chiede di essere accompagnato dalla moglie anche per avere con sé un’interprete. Questo significa che lei conosceva la lingua italiana meglio del marito. Siamo nell’ottobre ’41 e i coniugi sono arrivati da poco nella nuova sede. Essi fanno subito presente sia al questore dell’Aquila che all’ufficio apposito del Ministero dell’Interno la necessità che a Maria venga corrisposto come per il periodo precedente il sussidio intero di otto lire, attualmente dimezzato e con obbligo di restituire le somme già percepite. Per di più, l’affitto della camera è molto più alto del sussidio statale di cinquanta lire mensili, aggirandosi intorno alle cento/centoventi lire.

La richiesta verrà rinnovata anche in seguito con scarso successo, tanto che nel maggio ’42 da Roma il Ministero dell’Interno risponderà che se non riescono a vivere nel comune libero con il sussidio corrisposto, saranno rimandati a Ferramonti in campo di concentramento.

Nello stesso mese di ottobre ‘41, i coniugi inoltrano richiesta al Ministero dell’Interno di farsi raggiungere dall’unico figlio Giorgio di 16 anni, il quale si trova a Hyères in Francia. Essi scrivono che il giovane, studente di un istituto agrario, “è stato licenziato da detta scuola” e in Francia non ha né parenti né amici che possano “dargli asilo e lavoro o mezzi di sussistenza”. Su tale punto acquisiamo nel 2018/’19 le testimonianze dei figli di Georg Walter (Jeremy e Karen Pächt). In merito al fatto che Georg fosse stato “licenziato” dalla scuola occorre dire che con ogni probabilità in quel momento il ragazzo aveva lasciato la scuola nel tentativo di fuggire attraverso i Pirenei, come diremo meglio in seguito, e forse i genitori cercavano qualche scusa per ottenere l’autorizzazione a tenerlo con sé.

Il ministero dell’Interno nega comunque il permesso per l’ingresso del figlio.

Altra richiesta che porterà via molto tempo è quella di ottenere una licenza di dodici/quindici giorni per potersi recare a Trieste presso la sede della Delasem dove sono depositate dieci casse di masserizie, custodite a cura del comitato. Si tratta di beni personali che in parte devono essere prelevati per i loro bisogni e in parte venduti. Fin dall’agosto la società di trasporti Julia-Intertrans aveva scritto di queste masserizie rimaste nei loro depositi per conto dei Pächt, e il ministero delle finanze aveva autorizzato lo svincolo in franchigia doganale, ma ora serviva la presenza del proprietario per disporne la vendita.

Sarà un iter piuttosto lungo per la contrarietà iniziale della prefettura triestina.

Nel frattempo, da dicembre ’42, la coppia è stata trasferita in Provincia di Pesaro, destinazione Sant’Angelo in Vado. Erano stati il medico di Pescina e il medico provinciale dell’Aquila ad appoggiare la richiesta degli internati di un trasferimento in località a clima mite, per i loro problemi di salute.

Nel gennaio 1943 il prefetto di Trieste concede il permesso per la sola moglie, non ritenendo necessaria la presenza del marito. Ma, per sopraggiunti problemi di salute di Maria, il coniuge ottiene dal Ministero di poterla accompagnare. Partono finalmente il 14 giugno con foglio di via da presentare in questura all’arrivo e torneranno a Pesaro il 2 luglio ancora con foglio di via.

Nel frattempo, sulla base dell’attestazione da parte del medico provinciale di Pesaro, di un peggioramento delle loro condizioni di salute, Karl aveva ottenuto per sé e per la moglie un supplemento alimentare di 2 lire al dì per tre mesi.

Dai rendiconti dei sussidi ricevuti a Sant’Angelo in Vado sappiamo che per tutto il periodo di permanenza nel comune, oltre un anno e mezzo, la coppia vive presso la stessa famiglia, quella di Wilna Clementi, alla quale viene corrisposto l’affitto.

La nipote della signora Wilna, Margherita Brandinelli, allora ragazzina, conserva un vivo e sentito ricordo dei Pächt. Rammenta che i due coniugi vivevano in un’ala indipendente della loro casa. Non frequentavano gli altri ebrei internati del paese ed erano molto riservati. Karl vantava una brillante carriera alle spalle, essendosi esibito anche al Teatro dell’opera di Vienna. Spesso ragazzi del posto o dei paesi vicini fino a Mercatello, venivano in casa a prendere lezioni di musica, di violino secondo il ricordo della testimone. La coppia cercava di integrare in questo modo le magre entrate del contributo statale. In genere le autorità negavano tali permessi ma secondo Margherita in paese si respirava un clima abbastanza tollerante, se non benevolo, verso gli ebrei internati.

A tale proposito, sappiamo che Karl aveva chiesto ufficialmente il permesso di impartire lezioni. Siamo nel marzo ’43 quando il podestà esprime il suo nulla osta, mentre il questore precisa che l’internato potrà espletare l’attività qualora il “Sindacato Artisti” approvi e limitatamente ad alunni “non di razza ariana”. E’ evidente che il maestro non poteva tener conto di tale limitazione.

Nella diffida firmata da Karl leggiamo le regole obbligatorie per gli internati a Sant’Angelo in Vado: presentarsi tutti i giorni alle ore 12 presso la stazione dei carabinieri per la firma; non uscire prima delle 6 del mattino; rientrare in casa entro le ore 17 della sera; è consentita la lettura dei soli giornali italiani, per i giornali stranieri serve l’autorizzazione ministeriale; si può circolare entro un perimetro stabilito, e così via.

Il Ministero dell’Interno intanto si preoccupa di regolarizzare le questioni burocratiche. Siamo nel luglio del ’43 e da Roma si chiede al Prefetto di Pesaro/Urbino la copia del modulo per il permesso di soggiorno per gli stranieri. La rilevazione riguarda l’internato e altri cinque ebrei soggetti alla stessa misura. Si tratta di Leo Birnbaum, Marko Hantwurzel, Laib M. Ryza, Karl Schwarz e Mosè Rosenzweig.

Le vicende politiche dei mesi seguenti approdano infine alla nascita della RSI e all’ordine d’arresto degli ebrei del 30 novembre ’43. L’imminente pericolo induce gli ebrei presenti nel comune a tentare la fuga. Questa avviene il 3 dicembre e coinvolge i Pächt, Josef Lewsztein e Egon Dewidels. In realtà vengono rintracciati nei pressi della pieve dei Graticcioli di Mercatello sul Metauro (PS) dove si erano rifugiati con la collaborazione di don Augusto Giombini e di Maria Storti.

Il giorno 5 i carabinieri arrestano i quattro nominati e pure l’internato Pordes. Karl non viene incarcerato perché ammalato, lo lasciano a casa assistito dalla moglie. Forse si verifica un altro tentativo di fuga e a quel punto i Pächt vengono incarcerati, finché il 12 febbraio ’44 il medico provinciale giudica il marito non idoneo al campo di concentramento e dichiara necessaria la presenza della moglie per assisterlo. Pertanto i due coniugi lasciano il carcere e vengono di nuovo internati a Sant’Angelo in Vado. Di qui, altro tentativo di fuga, pure fallito.

Infine, nei prospetti dei sussidi si scrive che l’erogazione cessa il 31 luglio ’44. La ragione è dovuta all’arresto definitivo. 

E’ necessario far presente che con l’avanzare della guerra, Karl e Maria avevano chiesto e ottenuto dalle autorità il permesso di andare a vivere in una casa di campagna dei dintorni, sulla strada per Apecchio, e vi si erano trasferiti con gli stessi proprietari del casolare, per sfollamento. Si tratta di Cà Merigiolo di Annibale Bigini, con annesso podere di proprietà della moglie di Annibale.

Come racconterà la stessa Maria Rosenzweig, proprio qui l’8 agosto del ’44 verranno rintracciati da sette soldati tedeschi armati. In paese si parlò di delazione. Dopo l’arresto furono incarcerati a Urbania e il 12 condotti al carcere di Forlì. Qui in un’area vicina all’aeroporto presidiata dalla GNR, si consumò un eccidio in giorni diversi del mese di settembre. Karl fu ucciso il 5 settembre. Pochi giorni dopo, il 17 settembre, la moglie conobbe lo stesso destino.

Il figlio delle vittime, Georg Walter, giunge in Italia dopo la guerra, rintracciato e ospitato più volte dalla famiglia Clementi-Brandinelli. Circa i beni dei genitori si legga quanto detto a proposito della madre Maria.

Per interessamento di Wilna Clementi – membro della Croce Rossa – e con il consenso del figlio, le salme dopo il 1953 vengono traslate nel cimitero di Sant’Angelo in Vado.

La testimonianza dei nipoti consente di ricostruire anche la storia del figlio delle vittime.

Georg Walter (per loro Walter George) è uno dei 130 ragazzi che nel 1939 furono evacuati da Vienna e da Berlino con un kindertransport e condotti in Francia presso un castello di caccia nei dintorni di Parigi di proprietà della famiglia Rothschild, le Chateau de la Guette. Nella struttura sono presenti anche dei reduci dalla guerra di Spagna, in funzione di educatori. Essendo Georg il più grande - aveva 14 anni - diventa il presidente della ‘repubblica dei ragazzi’ creata nel castello. La sua presenza è segnalata anche tra gli Hidden children in France (Holocaust).

Con l’avanzare dei nazisti verso Parigi, nel 1940 i ragazzi vengono distribuiti in varie zone, Georg a Bourboule nel Massiccio Centrale dove vive in una fattoria e può frequentare la scuola agricola di Hyères. Dopo un tentativo fallito di attraversare i Pirenei per rifugiarsi in Portogallo, si iscrive a un collegio ad Annemasse o Annecy. Il suo obiettivo era quello di raggiungere la Svizzera e a tal fine riuscì a ottenere un permesso di viaggio verso una città vicina al confine ma il passaggio fu travagliato e si verificò anche il tradimento da parte dei passatori.

Il ragazzo aveva documenti falsi con nazionalità francese e risultava nato nella Vienna esistente in Francia. In altro tentativo di espatrio fu respinto dalle guardie di frontiera dopo che si era dichiarto ebreo, poi al secondo tentativo non svelò le sue origini e riuscì a raggiungere la Confederazione Elvetica. Qui fu collocato in un campo di lavoro, finché non venne accolto a Zurigo dalla famiglia di Marta Buchshacher che era legata a Maria Rosenzweig da parentela acquisita grazie al matrimonio di un congiunto del marito di Marta con Gina/Regina, cugina di Maria.

Tramite la Croce Rossa, durante il periodo svizzero Georg ha ricevuto dai genitori internati in Italia delle lettere in lingua tedesca che la famiglia ancora possiede; in realtà queste sono indirizzate a Marta Buchshacher. I contatti epistolari con i genitori si mantennero fino al 1942.

Georg finisce gli studi a Zurigo e dopo la guerra va a vivere a Manchester presso una famiglia di parenti.  Anch’essi sono profughi da Vienna e portano il suo stesso cognome. In famiglia c’è pure una giovane donna, sua seconda cugina, Ulrike Pächt, che diventerà sua moglie. Georg Walter, che acquisterà la cittadinanza britannica, muore nel 2002. Circa la sua venuta a Sant’Angelo in Vado dopo la guerra si veda quanto detto per la madre Maria. Le fotografie dell'epoca scattate a Sant'Angelo in Vado compaiono alla sezione Documenti e Immagini-Fotografie e disegni.

Nella famiglia di Karl Pächt altri membri furono vittime della Shoah.

Leon, fratello di Karl, nato il 12/07/1889, commerciante, fu deportato a Terezin e di qui ad Auschwitz, analogamente alla moglie Helene, nata a Vienna il 20/04/1894. I coniugi non fecero mai ritorno. Tracce della loro deportazione, avvenuta il 19 ottobre ’44, compaiono anche presso l’Archivio di Bad Arolsen. Il loro figlio Arthur (nato nel 1928) aveva lasciato Vienna con lo stesso kindertransport di Georg Walter e si rifugiò in Francia dove rimase per sempre; divenne medico e fece carriera politica, fu sindaco a La Seyne sur Mer e vice presidente dell’Assemblea Nazionale.

Gina/Regine, sorella di Karl, nata nel 1897, era una cantante di musica classica. Sposò a Vienna nel 1935 il medico jugoslavo che nel ’39 aveva garantito per Karl e Maria quando dovevano lasciare Vienna, il dottor Gyula Tabori di Sombor. Entrambi i coniugi furono deportati. Gina sopravvisse e andò a vivere in Cecoslovacchia a Brno, il marito a detta dei congiunti fu internato nel campo di Dachau.