Scheda

Rosenzweig Maria



Didascalia:

Maria Rosenzweig e il figlio Georg, Vienna 1925. Proprietà della famiglia Pächt. 

Famigliari compresenti: marito
Coniugato/a con: Pcht Karl Josef
In Italia a: Trieste
In Italia da: Bengasi, Libia
Percorso di internamento: C. di c. di Ferramonti di Tarsia (CS) dal 17/9/'40 a settembre '41; Pescina (AQ) dal 13/9/'41 a dicembre '42; Sant'Angelo in Vado (PS) dal 22/12/'42 in poi. Tentata fuga il 3 dicembre ’43, carcere e di nuovo internamento a Sant'Angelo in Vado da febbraio '44. Ancora tentata fuga nel marzo ’44.
Ultima località o campo rinvenuti: Sant'Angelo in Vado (PS)
Deportato: no
Ucciso in Italia: s
Dopo la fuga e/o la liberazione a: /
Fonti:

ASP; A1; A2B, b.267; LDM; Efo; ASCSAINV; Bib.B; Ferr; ES; BraMa; TesJK; Unacitta/2; Holocaust.


Presente fasc. in ASP: no
Profilo biografico:

Presso l’Archivio di Stato di Pesaro su di lei non c’è fascicolo. Per i suoi dati si veda quello del marito Karl Pächt. Dai questionari per l’emigrazione conservati presso la comunità ebraica di Vienna riguardanti gli ebrei residenti, otteniamo dati importanti sul momento storico che va dal 1938 - dopo l’Anschluss del marzo - al 1939. I dettagli possono essere letti nella scheda del marito. 

Maria Roserzweig, detta ‘donna di casa’ o modista, entra in Italia con il marito il 3 luglio del ’39 e con lui raggiunge Napoli dove ottiene il permesso di soggiorno. Insieme a Karl l’anno seguente tenta l’espatrio in Palestina. L’imbarco avviene a Trieste nel maggio del ’40 entro un gruppo di 302 correligionari stranieri che raggiungono Bengasi (Libia) dove vengono fermati. Il governo italiano decide per l’internamento e li riporta in Italia. Dopo un periodo di carcere a Napoli, il 17 settembre ’40 i Pächt sono internati nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia (CS).

La vicenda li accomuna ai coniugi Amsterdamer, che in seguito saranno ristretti in Provincia di Pesaro.  

A Ferramonti emerge un legame tra Maria e una nipote viennese, Marianne Pollak. 

Dopo un anno, anche per problemi di salute, i coniugi lasciano il campo di concentramento e vengono internati nel comune di Pescina (AQ), dove restano per oltre tredici mesi. Maria si vede dimezzato il sussidio - da 8 lire a 4 lire al giorno - con effetto retroattivo, per cui deve subire detrazioni ulteriori. Su questo punto lei e il marito si rivolgono al Ministero dell’Interno lamentando che il costo della vita supera il contributo statale, specie in relazione agli affitti. Infatti per l’abitazione percepiscono 50 lire mensili mentre ne devono pagare oltre il doppio. I loro appelli tuttavia non ottengono ascolto.

Da Pescina, Maria chiede di essere raggiunta dal figlio sedicenne, Giorgio, che si trova in Francia dove frequenta una scuola agraria a Hyères. Il ricongiungimento non sarà autorizzato. Su questo punto si veda quanto detto per il marito Karl.

Nel dicembre ’42 la coppia giunge a Sant’Angelo in Vado in Provincia di Pesaro, ritenuta ambiente più favorevole grazie al clima mite. Il trasferimento era stato consigliato anche per ragioni di salute. Qui i coniugi rinnovano la richiesta già presentata durante l’internamento a Pescina, di potersi recare a Trieste per dodici o quindici giorni presso la sede della Delasem dove sono depositate dieci casse di masserizie, custodite a cura del comitato. Si tratta di beni personali che in parte devono essere prelevati per i loro bisogni e in parte venduti. L'iter sarà piuttosto lungo e contrastato, come descritto nella scheda del marito. 

Nel febbraio '43 entrambi avevano rinnovato il permesso di soggiorno già ottenuto nel luglio '39 a Napoli, pochi giorni dopo l'ingresso in Italia. Maria è detta di nazionalità apolide ex germanica.

Il 15 marzo 1943 il podestà di Sant'Angelo in Vado autorizza Maria a recarsi a Urbino per visita medica. Pochi giorni dopo, il marito chiede e ottiene un sussidio supplementare per ambedue, dato il peggioramento delle loro condizioni di salute. Altro problema, la malattia diagnosticata a Maria. L’intervento chirurgico che si rende necessario sembra effettuato a Trieste previa autorizzazione da parte di quella prefettura rilasciata nel maggio: i coniugi vengono accolti non avendo precedenti penali.

Si conclude così anche il lungo iter riguardante le masserizie di famiglia depositate a Trieste. Il viaggio avviene dal 14 giugno al 2 luglio '43, con foglio di via da presentare alle questure interessate, Trieste e Pesaro.

Nei rendiconti dei sussidi ricevuti nel comune di Sant’Angelo in Vado sono presenti anche le somme percepite da Maria (inferiori a quelle del marito) ed è indicata la famiglia che fornisce l’alloggio alla coppia. Si tratta di Wilma Clementi, la stessa famiglia per tutto il periodo di permanenza che si protrae per oltre due anni. Dalla testimonianza di una nipote della signora Clementi, Margherita Brandinelli, ricaviamo preziose informazioni. 

La testimone ricorda che i Pächt vivevano in un’ala indipendente di casa Clementi. Non frequentavano gli altri ebrei internati ed erano molto riservati. Margherita riferisce particolari per lei curiosi, come il fatto che l’ospite polacca amasse il latte acido che per loro non era affatto da buttare. Il marito, avvocato e musicista, aveva al suo attivo esibizioni anche al teatro dell’opera di Vienna. La casa era frequentata da ragazzi del posto o dei paesi vicini per lezioni di violino, tenute da Karl.

Noi sappiamo che l’internato - come detto nella sua scheda - aveva ottenuto un'autorizzazione formale abbastanza assurda, in quanto avrebbe potuto impartire lezioni di musica solo ad alunni "non ariani". 

Maria Rosenzweig, in base ai ricordi di Margherita aveva con sé un guardaroba elegante, anche se vestiva semplicemente. Un giorno indossò un bel paio di scarpe e disse con orgoglio che in Polonia la sua famiglia aveva una fabbrica di calzature raffinatissime.

Con la nascita della RSI e l'ordine d'arresto di tutti gli ebrei del 30 novembre '43, il pericolo diventa immediato. Il 3 dicembre ’43 i coniugi Pächt si danno alla fuga ma vengono ripresi nei pressi della pieve dei Graticcioli di Mercatello sul Metauro (PS) dove si erano rifugiati al pari dei correligionari Dewidels e Lewsztein per interessamento di don Augusto Giombini e di Maria Storti di Sant’Angelo in Vado. Il sacerdote è ricordato per l’attiva partecipazione alla lotta di liberazione nelle Marche.

Karl e Maria non vengano arrestati perché il marito è ammalato e lei è lasciata ad assisterlo. Dopo un altro tentativo di fuga, i Pächt vengono incarcerati. Nel febbraio seguente il medico provinciale giudica Maria idonea al campo di concentramento ma necessaria per assistere il coniuge il quale invece non è idoneo, pertanto è autorizzata a lasciare il carcere con lui. Di nuovo sono internati a Sant’Angelo in Vado e qui si registra un altro tentativo di fuga, pure fallito.

In seguito nei prospetti dei sussidi si annota che questi cessano il 31 luglio ’44, come diremo.

Margherita Brandinelli non sa della fuga e della incarcerazione dei suoi ospiti ebrei e degli altri correligionari ai primi di dicembre ’43. In questura, dice, c’erano due funzionari accondiscendenti.

Con l’avanzare della guerra per evitare i pericoli dei bombardamenti, i coniugi chiedono alla polizia il permesso di andare a vivere in una casa di campagna dei dintorni, sulla strada per Apecchio. Si tratta di Cà Merigiolo, proprietà di Annibale Bigini, con annesso il podere di proprietà della moglie. Vi si trasferiscono i Bigini stessi per sfollamento.

Prima di lasciare la casa di Sant’Angelo in Vado, gli oggetti personali dei due internati erano stati nascosti, anzi, murati in una nicchia della parete assieme a quelli dei Clementi. Maria Rosenzweig aveva stilato un inventario dei propri beni.

A Cà Merigiolo l'8 agosto i due internati vengono rintracciati dai tedeschi. In paese si disse che ciò avvenne per delazione. Maria e il marito furono portati in carcere a Urbania e il 12 agosto ’44 a Forlì-carcere. 

Sarà la stessa Maria Rosenzweig a raccontare, nell’ultima lettera al figlio Giorgio, come andarono le cose. La località della cattura da lei indicata coincide con il racconto di Margherita Brandinelli. Da altri passaggi della lettera, scritta nel carcere di Forlì e consegnata a una suora, si ricava cosa venisse detto alle recluse: gli uomini erano stati portati in Germania a lavorare. In realtà erano già stati uccisi il 5 settembre. Alle donne poi si annunciava che presto sarebbero partite. Si tratta di sette donne ebree incarcerate, di cui sei provenienti dall’internamento in Provincia di Pesaro e la settima, Elena Rosembaum, catturata a Cesena. Maria il 17 settembre ’44 scrive: “Questa mattina andremo via”, ed è il giorno in cui saranno uccise.

 Riportiamo uno stralcio della lettera, pubblicata sulla rivista Una città e pure su L'espresso come si vede alla sezione documenti e immagini.

“Caro Giorgio. Mio unico tesoro, è un mese che siamo qui nella Prigione civile di Forlì. La disgrazia è iniziata l’8 di agosto. Eravamo sfollati a Cameriziolo in una casa colonica quando sette soldati tedeschi armati ci presero prigionieri. Fummo condotti a Urbania e trattenuti dalla Polizia. Il povero babbo fu portato via con altri otto ebrei, per lavorare in Germania. Giorgio caro, finché tuo padre era qui potevo almeno vederlo dalla finestra, tra le sbarre. La vera tragedia iniziò quando io rimasi qui da sola, con il mio cuore straziato dal dolore e dalla tortura pensando quale sarebbe stata la fine del babbo e cosa sarebbe successo di me. Siamo sette donne ebree e pure noi aspettiamo di essere portate via in qualsiasi momento. (…) la Polizia ci ha consegnati al Qg (Ndr: Quartier generale) tedesco delle Ss. Ci hanno preso tutti i valori che avevamo (…) Mi lasciarono 1 lira, così ho potuto comprare un po’ di frutta.  Possiamo solo pregare Dio giorno e notte perché ci aiuti e ci faccia tornare insieme. (…) Ho consegnato due fotografie a sorella Valeriana che con me è stata buona come una madre, qui nella prigione. Sono due ritratti tuoi di quando eri bambino, le ho anche consegnato un diario che avevo scritto per te (…) Prendili Giorgio caro come ultimo ricordo di tua madre. Se Dio vorrà ogni cosa potrebbe comunque finire bene e noi potremmo ancora una volta essere insieme felici. (…) Sii buono mio caro figlio e modesto in tutte le cose. Se sarai abbastanza fortunato da vivere nell’abbondanza, pensa ai poveri e agli sfortunati (…). Saluti dal babbo. P.S. 17 settembre 1944. Questa mattina andremo via. Auguri infiniti, mamma.” 

Karl viene ucciso in eccidio presso il campo di aviazione di Forlì il 5 settembre, Maria il 17 settembre. 

Finita la guerra, Wilna Clementi si reca a Forlì e con l’aiuto di una suora riconosce le salme dei due coniugi. Nel contempo, visto che è membro della Croce rossa, attraverso tale organismo cerca di mettersi in contatto con il figlio dei Pächt, Giorgio. Con il suo consenso, per evitare che i resti finiscano in una fossa comune, avvia la pratica per la traslazione delle salme nel cimitero di Sant’Angelo in Vado, cosa che avviene dopo il ’53.

Anche negli anni seguenti, una volta sposato, Giorgio visita i signori Clementi. Le fotografie dell’epoca scattate a Sant'Angelo in Vado compaiono alla sezione Documenti e Immagini-Fotografie e disegni. Gli amici italiani ricordano che Giorgio parlava francese, oltre al tedesco. Quanto ai beni dei suoi genitori conservati dalla famiglia marchigiana, secondo la testimone Margherita Brandinelli non vuole riprenderseli, pertanto li incarica della vendita. Giorgio soleva dire che nessuno di loro avrebbe potuto indossare le belle scarpe di sua madre. In realtà alcuni beni, vasellame, biancheria e altro, sono rimasti alla famiglia Pächt, tanto è vero che i nipoti conservano ancora in casa propria cose appartenute ai nonni. 

Per la vicenda di Giorgio, ragazzo in fuga con un kindertransport (Hidden children in France, Holocaust), si veda quanto detto nella scheda del padre Karl, dov'è riportata anche qualche notizia sulla storia familiare dal lato paterno. Più incomplete le notizie sul ramo materno. Per certo, Maria Rosenzweig aveva un fratello, Hans, che sopravvisse con ogni probabilità sotto falso nome. Dopo la guerra, Hans aprì un negozio di confezioni a Vienna.